Sfilano lucidi relitti
del loro stesso futuro,
fermi nel cerchio
di sguardi opachi.
Ignari della ruggine
che già li divora,
i paesani applaudono
alla loro stessa
lenta estinzione.
© Fulvio Macchi Vandelli
Sfilano lucidi relitti
del loro stesso futuro,
fermi nel cerchio
di sguardi opachi.
Ignari della ruggine
che già li divora,
i paesani applaudono
alla loro stessa
lenta estinzione.
© Fulvio Macchi Vandelli
Caro Luigi, questo piccolo testo è per te, che eri più del mestiere che facevi,
più del tempo che ti è stato concesso.
Lo stagnino di Comacchio
Aveva mani d'acqua e stagno,
e un silenzio che saldava il mondo.
Piegava il giorno con le pinze,
tra i canali e le lamiere.
Rideva poco,
ma sapeva ascoltare
il rame che canta.
Ora resta una barca ferma,
e il suono spento
del suo martello nell'aria.
© Fulvio Macchi Vandelli
Stanno lì
con la fronte al vetro
come pesci dimenticati in un acquario,
a fissare il nulla che si muove
forse un sacchetto, forse un cane zoppo.
Le mani incrociate dietro la schiena,
che è un modo educato per dire:
non ho più niente da fare né da essere.
Contano le auto, i passi,
i minuti che passano come formiche
Un colpo di tosse spezza l’epopea,
qualcuno chiude le persiane:
gran finale.
E pensare che un tempo
credevano nell’amore,
nel tagliare il mondo a misura del cuore,
nelle lettere con l’inchiostro blu.
Ora li trovi lì,
con lo sguardo piantato altrove,
a tenere compagnia all’invisibile
e a fare finta di aspettare qualcosa.
© Fulvio Macchi Vandelli
Ti aspettavo, lo sai
quando il cielo si piegava sul crinale
e le viti tacevano.
Un vento di foglie morte
raschiava i muri della casa vuota.
Parlavamo a metà,
come fanno i sassi
che rotolano insieme ma non si sfiorano.
Tu dicevi “domani”
ma era sempre sera.
Le colline si chiudevano dietro di noi
come palpebre stanche.
Un cane abbaiava lontano
e nessuno veniva.
Amarti fu un modo
per fingere che qualcosa restasse.
Invece era tutto in bilico,
come il sole sull’ultima curva del giorno.
Ora so che non c’è messaggio
tra due anime sorde,
solo segnali che si perdono
nel crepuscolo,
senza eco né ritorno.
© Fulvio Macchi Vandelli
Nel sole che batte sull'asfalto,
le cromature brillano come miraggi.
Paesani si accalcano, occhi spalancati,
ignari del tempo che scivola via.
Motori rombano, echi di un passato
che non hanno vissuto né compreso.
Applaudono, sorridono, senza sapere
che la storia si ripete, in silenzio.
Tra le risate e l'odore di benzina,
nessuno nota l'ombra che si allunga.
Un'auto passa, lucida e perfetta,
specchio di un'epoca che non ritorna.
E io, spettatore tra spettatori,
cerco un senso in questo teatro.
Ma trovo solo il vuoto,
mascherato da festa e nostalgia.
© Fulvio Macchi Vandelli
C'erano - lo ricordi? - i pioppi
in fila come sentinelle stanche
che il fiume ignorava, curvo
sotto il peso di se stesso.
Soffiava un vento inutile,
tagliava l'acqua a lame larghe,
e sulle cortecce screpolate
l'ombra faceva finta di pregare.
Non un passo, non un grido.
Solo il cigolio d’un ramo spezzato
o era il tuo pensiero che tornava
lì, dove il tempo non si scusa.
I pioppi, adesso, parlano in sogno.
Dicono: tutto scorre, ma nulla si assolve.
Tu stringi le mani nelle tasche vuote
e speri in una voce che non sia vento.
© Fulvio Macchi Vandelli