05 dicembre 2016

L'Errore

Scendevo.


Il paese era aperto

come un corpo inciso.


Ruspe ferme,

sabbia nei portoni,

l’aria

un odore di calce e metallo.


La piazza non c’era.

Solo voragini,

tubi

che non portavano acqua.


Sembrava che da anni

vivesse così:

distrutto,

senza memoria

del prima.


E io,

che venivo da fuori,

ero l’errore.


© Fulvio Macchi Vandelli

16 ottobre 2016

Terre di motori II

Sfilano lucidi relitti

del loro stesso futuro,

fermi nel cerchio

di sguardi opachi.


Ignari della ruggine

che già li divora,

i paesani applaudono

alla loro stessa

lenta estinzione.


© Fulvio Macchi Vandelli

27 maggio 2016

Lo stagnino di Comacchio

Caro Luigi, questo piccolo testo è per te, che eri più del mestiere che facevi,

più del tempo che ti è stato concesso.


Lo stagnino di Comacchio

Aveva mani d'acqua e stagno,
e un silenzio che saldava il mondo.

Piegava il giorno con le pinze,
tra i canali e le lamiere.

Rideva poco,
ma sapeva ascoltare
il rame che canta.

Ora resta una barca ferma,
e il suono spento
del suo martello nell'aria.

© Fulvio Macchi Vandelli

23 aprile 2016

Finestre

Stanno lì

con la fronte al vetro

come pesci dimenticati in un acquario,

a fissare il nulla che si muove

forse un sacchetto, forse un cane zoppo.

Le mani incrociate dietro la schiena,

che è un modo educato per dire:

non ho più niente da fare né da essere.

Contano le auto, i passi,

i minuti che passano come formiche


Un colpo di tosse spezza l’epopea,

qualcuno chiude le persiane:

gran finale.

E pensare che un tempo

credevano nell’amore,

nel tagliare il mondo a misura del cuore,

nelle lettere con l’inchiostro blu.

Ora li trovi lì,

con lo sguardo piantato altrove,

a tenere compagnia all’invisibile

e a fare finta di aspettare qualcosa.


© Fulvio Macchi Vandelli

13 febbraio 2016

06 settembre 2015

Crepuscolo in Collina

Ti aspettavo, lo sai

quando il cielo si piegava sul crinale
e le viti tacevano.
Un vento di foglie morte
raschiava i muri della casa vuota.

Parlavamo a metà,
come fanno i sassi
che rotolano insieme ma non si sfiorano.
Tu dicevi “domani”
ma era sempre sera.

Le colline si chiudevano dietro di noi
come palpebre stanche.
Un cane abbaiava lontano
e nessuno veniva.

Amarti fu un modo
per fingere che qualcosa restasse.
Invece era tutto in bilico,
come il sole sull’ultima curva del giorno.

Ora so che non c’è messaggio
tra due anime sorde,
solo segnali che si perdono
nel crepuscolo,
senza eco né ritorno.

© Fulvio Macchi Vandelli

16 maggio 2015

Terre di motori

Nel sole che batte sull'asfalto,

le cromature brillano come miraggi.

Paesani si accalcano, occhi spalancati,

ignari del tempo che scivola via.


Motori rombano, echi di un passato

che non hanno vissuto né compreso.

Applaudono, sorridono, senza sapere

che la storia si ripete, in silenzio.


Tra le risate e l'odore di benzina,

nessuno nota l'ombra che si allunga.

Un'auto passa, lucida e perfetta,

specchio di un'epoca che non ritorna.


E io, spettatore tra spettatori,

cerco un senso in questo teatro.

Ma trovo solo il vuoto,

mascherato da festa e nostalgia.


© Fulvio Macchi Vandelli