24 febbraio 2005

Alba di febbraio

Luce sbriciolata tra i rovi.

Una lama bianca sulle zolle dure.
Lepri, ombre sfuggite al gelo

scrivono un pensiero nell’erba brinata.

Un ramo si spezza,
nessuno lo sente.

La valle trattiene il respiro,
e un silenzio più vecchio del vento
rimane appeso
tra due colline in attesa.

05 febbraio 2005

Senza Titolo

Torno qui dopo molto tempo.
Le colline sono le stesse, ma io
non del tutto.
Qualcosa si è spostato,
forse dentro.
Cammino tra le zolle gelate
con il passo incerto di chi cerca
senza sapere più cosa.
L’alba mi parla ancora,
ma con un accento diverso.

10 dicembre 2003

Ode a De Chirico

Di ritorno dalla mostra "Metafisica" alle Scuderie del Quirinale ho scritto questa breve ode ad uno dei miei artisti preferiti.


Ode a De Chirico


O veggente delle piazze senza tempo,
dove l’ombra si stende come un enigma,
torri silenti, cieli di piombo,
e statue che ascoltano l’infinito.


Tu, che rapisti al sole meridiano
l’angoscia d’orologio senza lancette,
e popolasti di fantasmi geometrici
il sogno della realtà capovolta.


Metafisico signore d’architetture eterne,
dove i treni sfumano nell’orizzonte,
e i manichini regnano, muti sovrani,
su un mondo sospeso tra mito e algebra.


Dipingevi il silenzio, il non-detto,
l’attesa che brucia più del compiersi
e ancora oggi, nelle tue piazze desolate,
cammina l’uomo, eterno straniero a se stesso.

13 ottobre 2003

La cornacchia

Sulla Rocca, nera al vento, ella si posa,

scruta la valle con sguardo ardito,
sfida le nubi che il cielo riposa
con un gracchio fiero, selvaggio, infinito.


Il suo volo è segno, mistero antico,
sfiora le torri, le mura possenti,
danza con l’eco di un tempo perduto,
ombra fugace su pietre lucenti.


Forse un tempo fu messaggera alata,
portò parole di regni lontani,
ora è compagna della notte stellata,
e del sole che accende i domani.


Quando il vento si leva più forte,
e la Rocca canta la sua storia,
lei grida ancora, sfidando le sorte,
nera regina di pura memoria.

03 aprile 2003

Il mio Panaro

Scivola lento il Panaro tra le sponde,

serpe d’argento in morbide campagne,
sussurra storie a querce vagabonde,
nutre la terra coi suoi chiari inganni.


Dal crine appenninico scende e canta,
tra sassi antichi e muschi di mistero,
e ad ogni curva il suo respiro incanta
come un sospiro lungo e sincero.


A Spilamberto indugia con dolcezza,
sfiorando mura e ponti senza fretta,
specchia le torri in placida fierezza,
mentre la vita intorno a lui si aspetta.


Poi verso nord, tra filari e granai,
incede piano con nobile misura,
e abbraccia il cuore antico dei casai
che bevon l’acqua sua chiara e sicura.


Fiume che sa di quiete e di pazienza,
che mai si affretta e mai si fa domare,
custode muto d’una lunga assenza,
che ogni stagione torna a raccontare.