25 luglio 2006

Ode a Emile Claus












Tu che hai sciolto il sole nell’acqua,

che hai fatto vibrare i salici e le rive
come corde di luce,
Emile, pittore del silenzio che vive,
del mattino che non ha bisogno di parole
t’accosti alle cose
senza violarle.

Nessun clamore,
ma l'umile verità del giorno che nasce,
di una zolla che fuma nel gelo,
d’un gesto contadino
fermo nell’eterno di un attimo.

Hai dipinto la luce
non come fanno i forti,
ma come fanno i fedeli.
Non l’hai posseduta:
l’hai ascoltata.

Nel tuo Lys scorrono secoli quieti,
lenti battiti d’ali,
il riflesso d’una barca che passa
senza peso.

E il cielo, grigio o d’oro
non impone, ma svela,
non chiede, ma accompagna.

Tu che hai fatto della nebbia una preghiera,
della paglia un canto,
della luce un volto umano,
siedi ora tra i rami del tuo tempo
mentre il fiume, senza fretta,
ancora ti porta.

05 maggio 2006

Ritorno

Ancora questo vento, lo riconosco  

quello che increspava i panni al filo,  

portando odore di corteccia bagnata  

e un sapore di nubi basse.  


Il sentiero s'è fatto più breve,  

i muri a secco più bassi,  

ma la pietra piatta, quella del riposo 

ancura conserva il calore  

delle mie pause antiche.  


Sono meno le case,  

più numerose le finestre cieche  

che ripetono nomi svaniti.  

Solo il noce resiste,  

arreso al tempo ma non vinto,  

testimone muto di ritorni.  


Qualcosa persiste:  

forse l'ombra di chi zappava  

terrazze oblique al tramonto,  

o l'eco di voci  

che il vento ha preso e disperso.  


Ora che la sera avanza  

e le luci tremolano  

come lucciole smarrite,  

questo silenzio  

mi parla chiaro:  

è la risposta che attendevo  

senza averla cercata.  


Ogni macigno, ogni sterpo  

sussurra di distacchi  

mai pienamente confessati,  

e che ora finalmente  

posso accettare  

come frutti maturi  

caduti al momento giusto.  


Ho cercato altrove  

ciò che avevo lasciato qui:  

il segreto sta nel tornare  

e trovare che tutto è cambiato  

per rimanere uguale.  


05 ottobre 2005

Ultime acque

Poema ispirato al mio periodo trascorso a Comacchio.

Ultime acque

Non c’è vento.
Le reti, vuote, s’aggrappano ai pali
come panni dimenticati.
Il canneto incline
al silenzio più che alla brezza.

La barca non torna
oscilla ancorata a niente,
un’ombra sul muschio,
carena corrosa da inverni
che nessuno ha contato.

L’ora è quella che il giorno
non vuole più tenere.
La luce si sfila
tra i giunchi incolti e i sassi umidi.
Qualcuno fischia, lontano,
o forse è un richiamo d’uccello.
Anche il suono pare stanco.

C’è odore d’alga e di ferro,
di corde marcite,
di promesse che nessuno ha creduto.

Un remo affiora di taglio:
potrebbe essere un resto,
un gesto spezzato.
Nessuno lo raccoglie.

I pescatori siedono
coi gomiti sulle ginocchia,
guardano il fondo che non muta,
non parlano.
Cosa dire al crepuscolo,
se il giorno ha già deciso?

Là dove il sole si piega sul fosso,
c’è una voce che non sale mai.
Il cielo, una lastra torva
non riflette che se stesso.

E l’acqua, ferma,
conserva ogni cosa
tranne il volto.

22 aprile 2005

Spilamberto




















Spilamberto, ieri sera.

24 febbraio 2005

Alba di febbraio

Luce sbriciolata tra i rovi.

Una lama bianca sulle zolle dure.
Lepri, ombre sfuggite al gelo

scrivono un pensiero nell’erba brinata.

Un ramo si spezza,
nessuno lo sente.

La valle trattiene il respiro,
e un silenzio più vecchio del vento
rimane appeso
tra due colline in attesa.

05 febbraio 2005

Senza Titolo

Torno qui dopo molto tempo.
Le colline sono le stesse, ma io
non del tutto.
Qualcosa si è spostato,
forse dentro.
Cammino tra le zolle gelate
con il passo incerto di chi cerca
senza sapere più cosa.
L’alba mi parla ancora,
ma con un accento diverso.

10 dicembre 2003

Ode a De Chirico

Di ritorno dalla mostra "Metafisica" alle Scuderie del Quirinale ho scritto questa breve ode ad uno dei miei artisti preferiti.


Ode a De Chirico


O veggente delle piazze senza tempo,
dove l’ombra si stende come un enigma,
torri silenti, cieli di piombo,
e statue che ascoltano l’infinito.


Tu, che rapisti al sole meridiano
l’angoscia d’orologio senza lancette,
e popolasti di fantasmi geometrici
il sogno della realtà capovolta.


Metafisico signore d’architetture eterne,
dove i treni sfumano nell’orizzonte,
e i manichini regnano, muti sovrani,
su un mondo sospeso tra mito e algebra.


Dipingevi il silenzio, il non-detto,
l’attesa che brucia più del compiersi
e ancora oggi, nelle tue piazze desolate,
cammina l’uomo, eterno straniero a se stesso.