Le foglie sussurrano cifre,
i sassi serbano l’enigma.
Dove porti? Non chiederlo.
Ogni passo è già risposta.
Le foglie sussurrano cifre,
i sassi serbano l’enigma.
Dove porti? Non chiederlo.
Ogni passo è già risposta.
Qualcuno l’ha costruita a fatica,
pensando a domani più tranquilli,
ma la pioggia, la ruggine, il tempo
hanno scritto un finale più sottile.
E il lago se n’è andato senza ira,
senza fragore, quasi per pudore,
lasciando il letto come un vecchio specchio
che non riflette più nessun dolore.
Restano sassi levigati, muti,
e l’erba che già cresce tra le crepe,
mentre il vento racconta a mezza voce
di dighe che non trattennero niente.
Tu che hai sciolto il sole nell’acqua,
che hai fatto vibrare i salici e le rive
come corde di luce,
Emile, pittore del silenzio che vive,
del mattino che non ha bisogno di parole
t’accosti alle cose
senza violarle.
Nessun clamore,
ma l'umile verità del giorno che nasce,
di una zolla che fuma nel gelo,
d’un gesto contadino
fermo nell’eterno di un attimo.
Hai dipinto la luce
non come fanno i forti,
ma come fanno i fedeli.
Non l’hai posseduta:
l’hai ascoltata.
Nel tuo Lys scorrono secoli quieti,
lenti battiti d’ali,
il riflesso d’una barca che passa
senza peso.
E il cielo, grigio o d’oro
non impone, ma svela,
non chiede, ma accompagna.
Tu che hai fatto della nebbia una preghiera,
della paglia un canto,
della luce un volto umano,
siedi ora tra i rami del tuo tempo
mentre il fiume, senza fretta,
ancora ti porta.
Ancora questo vento, lo riconosco
quello che increspava i panni al filo,
portando odore di corteccia bagnata
e un sapore di nubi basse.
Il sentiero s'è fatto più breve,
i muri a secco più bassi,
ma la pietra piatta, quella del riposo
ancura conserva il calore
delle mie pause antiche.
Sono meno le case,
più numerose le finestre cieche
che ripetono nomi svaniti.
Solo il noce resiste,
arreso al tempo ma non vinto,
testimone muto di ritorni.
Qualcosa persiste:
forse l'ombra di chi zappava
terrazze oblique al tramonto,
o l'eco di voci
che il vento ha preso e disperso.
Ora che la sera avanza
e le luci tremolano
come lucciole smarrite,
questo silenzio
mi parla chiaro:
è la risposta che attendevo
senza averla cercata.
Ogni macigno, ogni sterpo
sussurra di distacchi
mai pienamente confessati,
e che ora finalmente
posso accettare
come frutti maturi
caduti al momento giusto.
Ho cercato altrove
ciò che avevo lasciato qui:
il segreto sta nel tornare
e trovare che tutto è cambiato
per rimanere uguale.
Poema ispirato al mio periodo trascorso a Comacchio.
Ultime acque
Non c’è vento.
Le reti, vuote, s’aggrappano ai pali
come panni dimenticati.
Il canneto incline
al silenzio più che alla brezza.
La barca non torna
oscilla ancorata a niente,
un’ombra sul muschio,
carena corrosa da inverni
che nessuno ha contato.
L’ora è quella che il giorno
non vuole più tenere.
La luce si sfila
tra i giunchi incolti e i sassi umidi.
Qualcuno fischia, lontano,
o forse è un richiamo d’uccello.
Anche il suono pare stanco.
C’è odore d’alga e di ferro,
di corde marcite,
di promesse che nessuno ha creduto.
Un remo affiora di taglio:
potrebbe essere un resto,
un gesto spezzato.
Nessuno lo raccoglie.
I pescatori siedono
coi gomiti sulle ginocchia,
guardano il fondo che non muta,
non parlano.
Cosa dire al crepuscolo,
se il giorno ha già deciso?
Là dove il sole si piega sul fosso,
c’è una voce che non sale mai.
Il cielo, una lastra torva
non riflette che se stesso.
E l’acqua, ferma,
conserva ogni cosa
tranne il volto.