Linee di pioppi
distillano il vuoto
in fiale d'ombra.
Un vento smemorato
cerca di leggere
il loro fogliame
come biglietti lasciati
su un treno fantasma.
Linee di pioppi
distillano il vuoto
in fiale d'ombra.
Un vento smemorato
cerca di leggere
il loro fogliame
come biglietti lasciati
su un treno fantasma.
Al bar Nazionale tre generazioni
commentano il gol che non c’è stato.
Il quarto uomo sono io,
che conto i capelli bianchi
nello specchio dietro ai liquori.
Anche la solitudine
ha il suo campionato.
L'afa s'è fatta materia,
un sudario bagnato
che ci avvolge senza pietà.
I pioppi, soldati stremati,
reggono il peso del sole
con le braccia già in resa.
L'orizzonte trema
come un foglio sopra una fiamma.
Le case si sciolgono in calce,
i fossi bevono secchezza.
Persino le mosche han smesso il ronzio,
ubriache di quest'aria stagnante
che sa di fieno marcio
e motori spenti.
Cammino tra i campi riarsi,
ombra tra ombre,
e il sudore che mi scivola addosso
è l'unico fiume che resta.
Dio è morto, dicono,
ma qui sembra sia morto pure il demonio,
abbandonandoci a questa purgatoria luce
senza redenzione né senso.
L'ombra del ponte cade a fette
sul tavolo di resina,
mentre il fiume trascina
briciole dei nostri discorsi.
Le ragazze sul greto
si stendono come lucertole
sui sassi caldi,
mentre il vento prova a rubare
i nomi dalle loro bocche.
Ordino vino rosso,
lo stesso che bevvi
vent'anni fa con mio padre,
quando il ponte ci sembrava
un arco verso l'infinito
e non solo cemento
sopra l'acqua bassa.