17 giugno 2007

Calanchi

Non alberi qui, non ombre, solo crepe

nel fianco della terra, arsure antiche.

Il vento scava, il tempo è già scolpito

in queste gole senz’acqua, in questi solchi


che come vene disseccate mostrano

l’ossatura del mondo. E le case—

povere ossa di muri, scheletri bianchi—

tengono ancora tracce di focolari spenti,


di voci che il mattino non richiama.

Solo talvolta, un falco gira, scruta,

come chi cerchi un segno, una risposta

in questo sfaldarsi di argilla e silenzio.


Ma nulla torna. Solo l’erba selvatica,

stenta, tra le fessure, a ricordare

che qualcosa, forse, qui fiorì.

05 febbraio 2007

Cammino

Le foglie sussurrano cifre,

i sassi serbano l’enigma.

Dove porti? Non chiederlo.

Ogni passo è già risposta.

03 gennaio 2007

Paese

Pietre che furono voci, ora mute.
L’ombra dell’olivo: un sigillo.
Il cane dorme, eppure vigila
qualcosa che non torna più.

19 dicembre 2006

Il crollo









Qualcuno l’ha costruita a fatica,
pensando a domani più tranquilli,
ma la pioggia, la ruggine, il tempo
hanno scritto un finale più sottile.


E il lago se n’è andato senza ira,
senza fragore, quasi per pudore,
lasciando il letto come un vecchio specchio
che non riflette più nessun dolore.

Restano sassi levigati, muti,
e l’erba che già cresce tra le crepe,
mentre il vento racconta a mezza voce
di dighe che non trattennero niente.

25 luglio 2006

Ode a Emile Claus












Tu che hai sciolto il sole nell’acqua,

che hai fatto vibrare i salici e le rive
come corde di luce,
Emile, pittore del silenzio che vive,
del mattino che non ha bisogno di parole
t’accosti alle cose
senza violarle.

Nessun clamore,
ma l'umile verità del giorno che nasce,
di una zolla che fuma nel gelo,
d’un gesto contadino
fermo nell’eterno di un attimo.

Hai dipinto la luce
non come fanno i forti,
ma come fanno i fedeli.
Non l’hai posseduta:
l’hai ascoltata.

Nel tuo Lys scorrono secoli quieti,
lenti battiti d’ali,
il riflesso d’una barca che passa
senza peso.

E il cielo, grigio o d’oro
non impone, ma svela,
non chiede, ma accompagna.

Tu che hai fatto della nebbia una preghiera,
della paglia un canto,
della luce un volto umano,
siedi ora tra i rami del tuo tempo
mentre il fiume, senza fretta,
ancora ti porta.

05 maggio 2006

Ritorno

Ancora questo vento, lo riconosco  

quello che increspava i panni al filo,  

portando odore di corteccia bagnata  

e un sapore di nubi basse.  


Il sentiero s'è fatto più breve,  

i muri a secco più bassi,  

ma la pietra piatta, quella del riposo 

ancura conserva il calore  

delle mie pause antiche.  


Sono meno le case,  

più numerose le finestre cieche  

che ripetono nomi svaniti.  

Solo il noce resiste,  

arreso al tempo ma non vinto,  

testimone muto di ritorni.  


Qualcosa persiste:  

forse l'ombra di chi zappava  

terrazze oblique al tramonto,  

o l'eco di voci  

che il vento ha preso e disperso.  


Ora che la sera avanza  

e le luci tremolano  

come lucciole smarrite,  

questo silenzio  

mi parla chiaro:  

è la risposta che attendevo  

senza averla cercata.  


Ogni macigno, ogni sterpo  

sussurra di distacchi  

mai pienamente confessati,  

e che ora finalmente  

posso accettare  

come frutti maturi  

caduti al momento giusto.  


Ho cercato altrove  

ciò che avevo lasciato qui:  

il segreto sta nel tornare  

e trovare che tutto è cambiato  

per rimanere uguale.  


05 ottobre 2005

Ultime acque

Poema ispirato al mio periodo trascorso a Comacchio.

Ultime acque

Non c’è vento.
Le reti, vuote, s’aggrappano ai pali
come panni dimenticati.
Il canneto incline
al silenzio più che alla brezza.

La barca non torna
oscilla ancorata a niente,
un’ombra sul muschio,
carena corrosa da inverni
che nessuno ha contato.

L’ora è quella che il giorno
non vuole più tenere.
La luce si sfila
tra i giunchi incolti e i sassi umidi.
Qualcuno fischia, lontano,
o forse è un richiamo d’uccello.
Anche il suono pare stanco.

C’è odore d’alga e di ferro,
di corde marcite,
di promesse che nessuno ha creduto.

Un remo affiora di taglio:
potrebbe essere un resto,
un gesto spezzato.
Nessuno lo raccoglie.

I pescatori siedono
coi gomiti sulle ginocchia,
guardano il fondo che non muta,
non parlano.
Cosa dire al crepuscolo,
se il giorno ha già deciso?

Là dove il sole si piega sul fosso,
c’è una voce che non sale mai.
Il cielo, una lastra torva
non riflette che se stesso.

E l’acqua, ferma,
conserva ogni cosa
tranne il volto.