La nebbia, un velo strappato
mostra per un attimo il vero:
prati, boschi, acqua fuggitiva.
Poi tutto si richiude.
La nebbia, un velo strappato
mostra per un attimo il vero:
prati, boschi, acqua fuggitiva.
Poi tutto si richiude.
Muri bianchi, troppo bianchi
riflettono un sole crudele.
Il gatto attraversa come un’anima,
e il paese trattiene il respiro.
Non alberi qui, non ombre, solo crepe
nel fianco della terra, arsure antiche.
Il vento scava, il tempo è già scolpito
in queste gole senz’acqua, in questi solchi
che come vene disseccate mostrano
l’ossatura del mondo. E le case—
povere ossa di muri, scheletri bianchi—
tengono ancora tracce di focolari spenti,
di voci che il mattino non richiama.
Solo talvolta, un falco gira, scruta,
come chi cerchi un segno, una risposta
in questo sfaldarsi di argilla e silenzio.
Ma nulla torna. Solo l’erba selvatica,
stenta, tra le fessure, a ricordare
che qualcosa, forse, qui fiorì.
Le foglie sussurrano cifre,
i sassi serbano l’enigma.
Dove porti? Non chiederlo.
Ogni passo è già risposta.
Qualcuno l’ha costruita a fatica,
pensando a domani più tranquilli,
ma la pioggia, la ruggine, il tempo
hanno scritto un finale più sottile.
E il lago se n’è andato senza ira,
senza fragore, quasi per pudore,
lasciando il letto come un vecchio specchio
che non riflette più nessun dolore.
Restano sassi levigati, muti,
e l’erba che già cresce tra le crepe,
mentre il vento racconta a mezza voce
di dighe che non trattennero niente.
Tu che hai sciolto il sole nell’acqua,
che hai fatto vibrare i salici e le rive
come corde di luce,
Emile, pittore del silenzio che vive,
del mattino che non ha bisogno di parole
t’accosti alle cose
senza violarle.
Nessun clamore,
ma l'umile verità del giorno che nasce,
di una zolla che fuma nel gelo,
d’un gesto contadino
fermo nell’eterno di un attimo.
Hai dipinto la luce
non come fanno i forti,
ma come fanno i fedeli.
Non l’hai posseduta:
l’hai ascoltata.
Nel tuo Lys scorrono secoli quieti,
lenti battiti d’ali,
il riflesso d’una barca che passa
senza peso.
E il cielo, grigio o d’oro
non impone, ma svela,
non chiede, ma accompagna.
Tu che hai fatto della nebbia una preghiera,
della paglia un canto,
della luce un volto umano,
siedi ora tra i rami del tuo tempo
mentre il fiume, senza fretta,
ancora ti porta.