23 giugno 2017

Transenne

Cominci a sospettare che non siano lì per impedire qualcosa, ma per segnalarlo. Per annunciare che qualcosa sta cambiando. Non nella viabilità, ma in un ordine più sottile, quello delle abitudini, dei confini tra ciò che si conosce e ciò che si teme. Come se il paese stesso, con i suoi muri screpolati, fosse entrato in un altro tempo, o forse in un’altra idea di sé.

Non so ancora cosa ne farò. Ma sento che quelle transenne parlano.

Non con voce, ma con la loro semplice ostinazione a restare.

11 giugno 2017

In Paese

Parlano chiaro.

Io no.

Contano pioggia,

morti,

giorni dispari.

Io inseguo

una crepa,

un’ombra storta

sul muro.

Mi salutano.

Mi chiamano.

Non mi sentono.

Resto.

Fuori frase,

come un verbo

senza tempo.


© Fulvio Macchi Vandelli

14 maggio 2017

Davanti alla Transenna

Dal greto al selciato,

senza rumore.

Solo lo stridio

e l’ombra secca dei pali.

Poi

la barriera.

Rossa, dismessa,

piantata di traverso

sulla via.

Nulla dietro.

Né lavori, né passi.

Solo un paese

che non voleva più

essere varcato.

O forse

io,

che non avevo più

modo d’entrare.


© Fulvio Macchi Vandelli

05 dicembre 2016

L'Errore

Scendevo.


Il paese era aperto

come un corpo inciso.


Ruspe ferme,

sabbia nei portoni,

l’aria

un odore di calce e metallo.


La piazza non c’era.

Solo voragini,

tubi

che non portavano acqua.


Sembrava che da anni

vivesse così:

distrutto,

senza memoria

del prima.


E io,

che venivo da fuori,

ero l’errore.


© Fulvio Macchi Vandelli

16 ottobre 2016

Terre di motori II

Sfilano lucidi relitti

del loro stesso futuro,

fermi nel cerchio

di sguardi opachi.


Ignari della ruggine

che già li divora,

i paesani applaudono

alla loro stessa

lenta estinzione.


© Fulvio Macchi Vandelli

27 maggio 2016

Lo stagnino di Comacchio

Caro Luigi, questo piccolo testo è per te, che eri più del mestiere che facevi,

più del tempo che ti è stato concesso.


Lo stagnino di Comacchio

Aveva mani d'acqua e stagno,
e un silenzio che saldava il mondo.

Piegava il giorno con le pinze,
tra i canali e le lamiere.

Rideva poco,
ma sapeva ascoltare
il rame che canta.

Ora resta una barca ferma,
e il suono spento
del suo martello nell'aria.

© Fulvio Macchi Vandelli

23 aprile 2016

Finestre

Stanno lì

con la fronte al vetro

come pesci dimenticati in un acquario,

a fissare il nulla che si muove

forse un sacchetto, forse un cane zoppo.

Le mani incrociate dietro la schiena,

che è un modo educato per dire:

non ho più niente da fare né da essere.

Contano le auto, i passi,

i minuti che passano come formiche


Un colpo di tosse spezza l’epopea,

qualcuno chiude le persiane:

gran finale.

E pensare che un tempo

credevano nell’amore,

nel tagliare il mondo a misura del cuore,

nelle lettere con l’inchiostro blu.

Ora li trovi lì,

con lo sguardo piantato altrove,

a tenere compagnia all’invisibile

e a fare finta di aspettare qualcosa.


© Fulvio Macchi Vandelli