30 agosto 2007

Strada di pianura

Era il viaggio che non prometteva ritorno,

ma neppure arrivo. Solo curve

stracolme di fari, di clacson, di fuga

e il cielo, basso, come un vetro appannato.


Ogni uscita un miraggio: cartelli

che indicavano paesi senza nome,

fabbriche sbuffanti, capannoni

dove il tempo marciva in turni vuoti.


E tu, in quest’auto che era un’astuccio

di sudore e radio accesa, hai contato

i cavalcavia, i distributori,

le insegne accecanti di motel spenti.


Poi, a un semaforo, l’epifania:

il viaggio era già finito. Non qui,

non altrove. Solo quel motore

che continuava a tremare, in folle.

28 agosto 2007

Mattino

La nebbia, un velo strappato

mostra per un attimo il vero:

prati, boschi, acqua fuggitiva.

Poi tutto si richiude.

08 luglio 2007

Meriggio

Muri bianchi, troppo bianchi

riflettono un sole crudele.

Il gatto attraversa come un’anima,

e il paese trattiene il respiro.

17 giugno 2007

Calanchi

Non alberi qui, non ombre, solo crepe

nel fianco della terra, arsure antiche.

Il vento scava, il tempo è già scolpito

in queste gole senz’acqua, in questi solchi


che come vene disseccate mostrano

l’ossatura del mondo. E le case—

povere ossa di muri, scheletri bianchi—

tengono ancora tracce di focolari spenti,


di voci che il mattino non richiama.

Solo talvolta, un falco gira, scruta,

come chi cerchi un segno, una risposta

in questo sfaldarsi di argilla e silenzio.


Ma nulla torna. Solo l’erba selvatica,

stenta, tra le fessure, a ricordare

che qualcosa, forse, qui fiorì.

05 febbraio 2007

Cammino

Le foglie sussurrano cifre,

i sassi serbano l’enigma.

Dove porti? Non chiederlo.

Ogni passo è già risposta.

03 gennaio 2007

Paese

Pietre che furono voci, ora mute.
L’ombra dell’olivo: un sigillo.
Il cane dorme, eppure vigila
qualcosa che non torna più.

19 dicembre 2006

Il crollo









Qualcuno l’ha costruita a fatica,
pensando a domani più tranquilli,
ma la pioggia, la ruggine, il tempo
hanno scritto un finale più sottile.


E il lago se n’è andato senza ira,
senza fragore, quasi per pudore,
lasciando il letto come un vecchio specchio
che non riflette più nessun dolore.

Restano sassi levigati, muti,
e l’erba che già cresce tra le crepe,
mentre il vento racconta a mezza voce
di dighe che non trattennero niente.