02 ottobre 2013
30 settembre 2013
Trattoria
L'ombra del ponte cade a fette
sul tavolo di resina,
mentre il fiume trascina
briciole dei nostri discorsi.
Le ragazze sul greto
si stendono come lucertole
sui sassi caldi,
mentre il vento prova a rubare
i nomi dalle loro bocche.
Ordino vino rosso,
lo stesso che bevvi
vent'anni fa con mio padre,
quando il ponte ci sembrava
un arco verso l'infinito
e non solo cemento
sopra l'acqua bassa.
29 settembre 2013
La farfalla sul Fiume
Non un volo, ma un sorriso dell’aria
sfiora l’acqua opaca del fiume.
Ecco, si posa, per un attimo
sul riflesso mobile di un salice.
Non teme la corrente, non teme
l’ombra del gabbiano che striscia sull’onda.
Batte le ali come fossero pagine
di un libro che il vento sfoglia piano.
Poi si rialza, leggera,
mentre il sole fa a pezzi la sua ombra
sull’acqua. E il fiume, per una volta,
porta via solo ciò che non le serve.
05 settembre 2013
Scatola di tè
Lacca consumata,
caratteri d'oro
che il tempo ha smangiato.
Apro:
foglie morte
conservano ancora
il profumo
di montagne
mai veramente viste.
Sul fondo,
un granello di polvere rossa
forse terra dello Yunnan,
forse ruggine.
Bevo il tuo silenzio:
è più amaro
di quanto ricordassi.
05 maggio 2013
L'Ombrello rotto
Non più arco di seta tesa al vento,
ma scheletro sbeccato, nervi scoperti
sta nell'angolo come un uccello
che ha smesso di credere alla pioggia.
Qualcuno lo ha piantato lì, dimentico,
dopo l'ultimo temporale. Ora attende
che il tempo lo finisca: ogni sua stecca
è un ricordo di protezione inutile.
Aprire? Non serve. Chiuso,
è soltanto un bastone che trema
quando passa il tram. La sua ombra
non copre più nemmeno se stessa.
09 settembre 2011
Messer Filippo
Non è mia consuetudine scrivere in prosa. Sono, o mi fingo, poeta.
Ma certe cose che accadono nel mio paese (detto paese per non dire disastro), non si lasciano mettere in versi: troppo storte, troppo vere, troppo assurde.
Scrivo dunque per necessità, non per mestiere.
Messer Filippo
Per lungo tempo, non si sentì altro che quel nome: Messer Filippo.
Una volta era solo un suono vuoto, una trovata pubblicitaria venuta al gelataio Gelmino Zuccherati in un pomeriggio caldo e lento, mentre scriveva su un tovagliolo i nomi dei gusti nuovi.
Poi quel nome crebbe. Dilagò.
Divenne marca, leggenda, firma. Dapprima fu “Il Cono di Messer Filippo”, poi “La Cialda Filosofica”, poi ancora “Le Confessioni Balsamiche di Messer Filippo”. Ma non si fermò lì.
In breve tempo il paese si popolò di “Panetteria Messer Filippo”, “Assicurazioni Messer Filippo”, “Centro Benessere Medievale Messer Filippo” e persino un’“Agenzia Funebre Filippo L’Eterno”.
C’era un “Parco Avventura Messer Filippo”, dove si scalava una torre di plastica per simulare la prigionia del leggendario cavaliere (tra urla registrate e finte catene).
E un “Teatro dell’Estasi Filippo”, dove nessuno recitava e si vendevano solo pop-corn.
Il nome, ormai, non diceva più nulla.
O forse diceva troppo.
Era diventato un contenitore: ognuno vi versava dentro ciò che voleva.
Gelmino, dal canto suo, era fiero. Lo diceva con un sorriso incerto, che sembrava aspettare conferme: «L’ho inventato io, sapete. Messer Filippo. Prima era solo per i gelati. Ma poi, beh... la gente l’ha amato.»
Quella sera rientrava tardi. Aveva partecipato al taglio del nastro della nuova “Toelettatura per Cani Storici Messer Filippo”, e si portava addosso l’odore di disinfettante misto a vaniglia.
Trovò la porta aperta. Non scassinata. Solo... aperta. Come se qualcuno l’avesse lasciata così per farsi trovare.
Entrò. E lo vide.
Un uomo sedeva sulla poltrona che nessuno usava. Indossava un abito fuori dal tempo, polveroso. Lo guardava come si guarda un nome dimenticato.
«Buonasera» disse.
Gelmino fece per chiedere chi fosse. Ma la risposta era già lì.
«Messer Filippo...» mormorò.
L’altro annuì, lentamente. Non c’era minaccia in lui. Ma neppure pace.
«Avete rubato il mio nome» disse.
La voce era calma. Ma portava con sé un’eco di torrioni antichi e finestre murate.
«Era solo... un’idea», tentò Gelmino.
«Un’idea non vive, se non la si lascia essere sé stessa» rispose l’uomo. «Io ero fame. Solitudine. Attesa. Una torre, senza tempo. Voi mi avete fatto testimonial di un dopobarba e di salsicce aromatizzate alla cannella.»
Fece una pausa. Poi proseguì, sempre con calma. «Ho veduto persino un gelato “Messer Filippo al gusto nebbia e zafferano”.»
Gelmino voleva dire qualcosa, ma le parole non gli ubbidivano.
Egli sentì, per la prima volta, che non sapeva più chi fosse: se Gelmino, il gelataio; o solo uno dei tanti che portano avanti nomi che non gli appartengono.
«Io non esisto più», disse Messer Filippo. «Ma ora... nemmeno tu.»
Si alzò. Lo toccò con due dita. E Gelmino sparì. Non di colpo, no. Si sfaldò lentamente, come panna lasciata al sole.
E il nome, da quel giorno, cominciò a sparire dalle insegne.
Un po’ alla volta. Come se non volesse più appartenere a nessuno.
29 marzo 2011
Stazione
L’orologio ha smesso
di divorare minuti.
I binari corrodono
il loro stesso nome.
Un cartello sbiadito
ancora indica partenze
per città
che il vento ha cancellato
dai suoi registri.
Nell’atrio deserto,
biglietti mai timbrati
fanno germogliare
radici di silenzio.
Qualcuno ha scritto
sul muro:
«Aspetto ancora»
ma l’inchiostro
è diventato pioggia.