18 giugno 2018

Ode alla Transenna II

Era un cancello verso l’altrove,

ma l’altrove era chiuso.
La gente la sfiorava ugualmente,
come ciechi che tastano
il muro di un carcere.

Qualcuno giurò di aver visto
paesaggi sbocciare oltre le sbarre:
città di cenere, stazioni senza orari.
Era solo il riflesso
delle loro pupille vuote.

Un giorno la transenna arrugginì,
si piegò su se stessa
come un foglio accartocciato.
Nessuno notò la differenza.

Ora giace in un angolo,
dimenticata,
mentre la gente cammina
verso altre illusioni.

© Fulvio Macchi Vandelli

16 aprile 2018

Voci al bar

Seduto al bar, le nuvole rosa si accendono,
sfumature di un cielo che non teme la sera.
Le voci degli avventori, come un canto antico,
si intrecciano in un respiro che non si spegne.

Le cornacchie, alti segni nel silenzio,
discutono tra i tetti, ma l’aria è dolce.
Ogni parola è una piccola speranza,
ogni sguardo, un richiamo che resta vivo
.

© Fulvio Macchi Vandelli

04 gennaio 2018

Il Fiume muto

Tornando, il fiume muto,

un cavallo che non guarda.

Nuvole stanche sulle colline,

l’aria pesa, non parla.

Nel vuoto, il passo sbiadisce,

il tempo non sa dove fermarsi.

© Fulvio Macchi Vandelli

03 dicembre 2017

Ode alla Transenna

Non un ostacolo ma un monito
che divide il vuoto dal vuoto.

Sta
retta su stinchi d'acciaio
come un soldato di frontiera
senza patria da difendere.

Il rosso non è più colore
ma grido ossidato.
Il bianco
l'ombra di un assenza.

La notte la consuma
a piccoli morsi di brina.
L'alba la ritrova
ancora al suo posto:
sorda sentinella
tra due deserti.

Non attende
non trattiene
non giudica.
Segna soltanto
il punto esatto
dove il cammino
si fa legge.

Ogni suo riflesso
è una geometria del dovere.
Ogni sua vibrazione
un teorema muto.

© Fulvio Macchi Vandelli

14 settembre 2017

La soglia rimasta

Non tutto è svanito.
Nel cretto dell’intonaco
una vite ancora cresce.
Il muro si sfalda,
ma non rifiuta
la presa della radice.

Il paese è cambiato, sì
e gli uomini si parlano
come dietro vetri spessi,
ma il vento conosce ancora
la curva della strada
che porta al fiume.

Mi guardano, a volte,
come si guarda
una cosa smarrita da tempo
ma non ancora gettata.
Non mi riconoscono
ma non mi respingono del tutto.

E io resto,
non per nostalgia,
ma perché in certi giorni,
tra la polvere e il chiasso,
si sente un odore d’alloro
che non ha nome moderno.

Scrivere è ancora possibile.
Anche se la lingua è rotta,
le parole arrivano,
lente, come luci
da una casa in collina
che non credeva più di avere ospiti.

© Fulvio Macchi Vandelli

23 giugno 2017

Transenne

Cominci a sospettare che non siano lì per impedire qualcosa, ma per segnalarlo. Per annunciare che qualcosa sta cambiando. Non nella viabilità, ma in un ordine più sottile, quello delle abitudini, dei confini tra ciò che si conosce e ciò che si teme. Come se il paese stesso, con i suoi muri screpolati, fosse entrato in un altro tempo, o forse in un’altra idea di sé.

Non so ancora cosa ne farò. Ma sento che quelle transenne parlano.

Non con voce, ma con la loro semplice ostinazione a restare.

11 giugno 2017

In Paese

Parlano chiaro.

Io no.

Contano pioggia,

morti,

giorni dispari.

Io inseguo

una crepa,

un’ombra storta

sul muro.

Mi salutano.

Mi chiamano.

Non mi sentono.

Resto.

Fuori frase,

come un verbo

senza tempo.


© Fulvio Macchi Vandelli