07 febbraio 2025

La casa bianca

Questo poemetto uscì nel 1996, dentro la mia prima raccolta "La luce si piega nei fossi". Lo scrissi tra le paludi d’agosto, convinto, con l’ingenuità di allora, che bastasse una lumaca per raccontare qualcosa di vero.

Apprendo solo ora che Argine Lento ha chiuso. A chi lo diresse, Alfonso, che parlava piano e amava i libri come si amano le cose che non servono a niente ma fanno bene, dedico queste righe con gratitudine.


La casa bianca


C’era un campo tutto secco,

senza un filo di verde,

e in mezzo, piano piano

camminava una lumaca.

Aveva il guscio un po’ rotto,

ma non sembrava triste:

andava lo stesso,

lasciando dietro una riga lucida

che sembrava una firma.

Il sole era forte,

faceva tremare l’aria,

e là in fondo

come uscita da un sogno

si vedeva una casa bianca.

Forse era vera,

forse era una nuvola stanca

che si era fermata un momento

a fare finta di essere casa.

La lumaca non sapeva,

e forse nemmeno le importava:

aveva tanta strada da fare

e nessuna fretta.

31 maggio 2024

Papavero II

Non fu la mano d’un dio

a spingerti lì

ma il caso,

forse un seme scivolato

dal becco d’un merlo stanco.

Tra le fessure arse del selciato

sei sorto, papavero,

sbandato vessillo di un maggio

senza promesse.

Non guardi il sole,

ma l'ombra del muro

che non ti vuole.

Eppure resisti

rosso, come un errore

che nessuno corregge.


© Fulvio Macchi Vandelli

11 giugno 2023

Alla Memoria

Sotto:

gente in piedi,

mani grasse di schiuma,

voci che inciampano

su cover anni ’80.

Sopra:

i nomi.

Quindici.

Il banco è nuovo,

l’hanno voluto così:

grande,

facile da pulire,

perfetto per i selfie.

La pietra non si tocca,

non dà fastidio

se non cerchi.

Ma c’è,

come l’odore nei muri,

come i morti veri.

Certe cose,

se non si vedono,

si vende meglio.


© Fulvio Macchi Vandelli

27 maggio 2023

Papavero

Là, dove il campo si sfalda

in zolle secche e spine,

un papavero solo

oscilla, né vento né grazia,

solo la posa storta

di chi nasce in ritardo.


Un cane, randagio o smarrito,

l’annusa distratto.

Forse credeva in altro:

carne, o un richiamo.

Invece, il rosso senza scopo,

il gambo che cede.


Poi si ferma,

e per un istante

sembra capirlo:

l'inutile fiorire,

l'attesa che non sa

se è inizio o rovina.


Ma già riprende il passo.

Il papavero resta,

curvo,

come chi ha avuto

uno sguardo di troppo. 


© Fulvio Macchi Vandelli

07 luglio 2022

Il Fantasma di Monet

Nebbia d’oleandro e catrame,
sulle quinte del borgo che giura all’arte
una festa,
ma scorda il quadro.

Sono tornato per caso
il pennello tra le dita d’ombra,
la memoria dei gigli che bevevano cielo,
e le acque, immobili come giudizi.

“En plein air!” grida un manifesto unto
accanto al baracchino della birra.
Rido (o piango?) tra i fumi di porchetta
e musica sintetica che sfregia il tramonto.

Là, dove il sole vibrava sulle aiuole,
ora una griglia tossisce salsicce
e i bambini colorano con plastica
un'idea di campo.

Un pittore non chiede fedeltà
ma l’anima, sì,
quando si scioglie nel vento
e cerca la luce che non fa commercio.

Ma qui il cielo è tapparella storta,
e la parola che un tempo apriva il mondo
oggi chiude lo stomaco.
En plein air.
Sì, ma per ubriacarsi.

© Fulvio Macchi Vandelli 

19 giugno 2022

Mattina


 

07 maggio 2022

Ritrovamenti

C’è qualcosa di malinconico e al tempo stesso dolce nel ritrovare una vecchia raccolta di versi. Qualche giorno fa mi è capitata tra le mani l’ultima copia de "La luce si piega nei fossi", nata ai tempi di Comacchio. Un libricino modesto, che porta con sé il profumo di canali salmastri, di nebbie basse e di storie sussurrate tra le barene.

Forse, a qualcuno potrebbe interessare sapere che qualche copia è ancora disponibile, custodita con cura dall’editore Argine Lento. Se mai aveste voglia di sfogliare quelle pagine, di farvi accompagnare da quei versi un po’ ingenui ma sinceri, potete cercarla lì.

L’editore Argine Lento



18 maggio 2019

Rosa del Fiume

tra calcine e silenzi scrostati

la trovai, dove il muro si scuce

in segni d’acqua e sonno.

Una Rosa, non nome, non specie,

offesa d’incanto,

pietra e carne insieme,

crepa fiorita nel tempo che non passa.

non sa più il vento

da dove l’ha tratta,

se un giardino perduto

o il sogno d’un seme

che attese, chiuso, la quiete dei passi.

la guardai:

non per chiedere,

ma per restare,

come chi riconosce

il proprio enigma

nell’orma d’un altro. 

© Fulvio Macchi Vandelli 

26 settembre 2018

Ode alla Transenna III

È lì da giorni, forse da sempre:

la transenna bianca e rossa, stortignaccola,

inchiodata alla ghiaia.

Sotto la Rocca, torva,

scorticata dal tempo

non sbarra che l’aria e un’idea di passaggio.


Così il divieto diventa forma,

la forma un gesto vuoto.

Eppure la senti, la voce che non chiama:

“Non entrare.

Qui il passato si sfalda,

ma ti guarda ancora.”


Allora resti

un passo prima della soglia,

tra la transenna e l’ombra del muro

come chi aspetta

che crolli qualcosa

o che qualcuno

dica che puoi passare.


© Fulvio Macchi Vandelli 

27 agosto 2018

Ma gli uomini qui

Ma gli uomini qui
han la faccia colore dei muri
e se tu passerai troppo in fretta
rimarranno nei loro occhi scuri.

© Fulvio Macchi Vandelli 

11 agosto 2018

Spianata

Hanno fatto piazza.
Né foglia né nido.
Solo lastroni
che non ricordano.

Dicevano:
era vecchio.
Come il dubbio.

Ora il sole cade
senza ostacoli.
I pensieri
non sostano.

Tutto è visibile.
Tutto
è perso.

La Rocca,
senza ombra,
è vera a metà.

© Fulvio Macchi Vandelli 

06 agosto 2018

Turista

Il selciato è curvo,
non per te.
Sbatte il suono del tuo passo
contro case mute,
intonaco d’anni e zanzare.

Hai chiesto la torre.
È chiusa.
Hai letto il cartello
come si legge una fine.

Il bar chiude a metà del giorno.
Un cane dorme
dove nessuno passa.
Tu
hai fotografato il niente
senza saperlo.

Non c’è vento.
Solo i pochi alberi,
inchiodati al cielo.

Ti guardo:
la tua maglietta dice America.
Ma qui
la domenica non si traduce.

© Fulvio Macchi Vandelli 

18 giugno 2018

Ode alla Transenna II

Era un cancello verso l’altrove,

ma l’altrove era chiuso.
La gente la sfiorava ugualmente,
come ciechi che tastano
il muro di un carcere.

Qualcuno giurò di aver visto
paesaggi sbocciare oltre le sbarre:
città di cenere, stazioni senza orari.
Era solo il riflesso
delle loro pupille vuote.

Un giorno la transenna arrugginì,
si piegò su se stessa
come un foglio accartocciato.
Nessuno notò la differenza.

Ora giace in un angolo,
dimenticata,
mentre la gente cammina
verso altre illusioni.

© Fulvio Macchi Vandelli

16 aprile 2018

Voci al bar

Seduto al bar, le nuvole rosa si accendono,
sfumature di un cielo che non teme la sera.
Le voci degli avventori, come un canto antico,
si intrecciano in un respiro che non si spegne.

Le cornacchie, alti segni nel silenzio,
discutono tra i tetti, ma l’aria è dolce.
Ogni parola è una piccola speranza,
ogni sguardo, un richiamo che resta vivo
.

© Fulvio Macchi Vandelli

04 gennaio 2018

Il Fiume muto

Tornando, il fiume muto,

un cavallo che non guarda.

Nuvole stanche sulle colline,

l’aria pesa, non parla.

Nel vuoto, il passo sbiadisce,

il tempo non sa dove fermarsi.

© Fulvio Macchi Vandelli

03 dicembre 2017

Ode alla Transenna

Non un ostacolo ma un monito
che divide il vuoto dal vuoto.

Sta
retta su stinchi d'acciaio
come un soldato di frontiera
senza patria da difendere.

Il rosso non è più colore
ma grido ossidato.
Il bianco
l'ombra di un assenza.

La notte la consuma
a piccoli morsi di brina.
L'alba la ritrova
ancora al suo posto:
sorda sentinella
tra due deserti.

Non attende
non trattiene
non giudica.
Segna soltanto
il punto esatto
dove il cammino
si fa legge.

Ogni suo riflesso
è una geometria del dovere.
Ogni sua vibrazione
un teorema muto.

© Fulvio Macchi Vandelli

14 settembre 2017

La soglia rimasta

Non tutto è svanito.
Nel cretto dell’intonaco
una vite ancora cresce.
Il muro si sfalda,
ma non rifiuta
la presa della radice.

Il paese è cambiato, sì
e gli uomini si parlano
come dietro vetri spessi,
ma il vento conosce ancora
la curva della strada
che porta al fiume.

Mi guardano, a volte,
come si guarda
una cosa smarrita da tempo
ma non ancora gettata.
Non mi riconoscono
ma non mi respingono del tutto.

E io resto,
non per nostalgia,
ma perché in certi giorni,
tra la polvere e il chiasso,
si sente un odore d’alloro
che non ha nome moderno.

Scrivere è ancora possibile.
Anche se la lingua è rotta,
le parole arrivano,
lente, come luci
da una casa in collina
che non credeva più di avere ospiti.

© Fulvio Macchi Vandelli